tre variazioni con neologismi, due racconti brevi, un racconto oplepiano, un racconto lungo.





freddo, caldo, macchiato. tre variazioni sul latte.


FREDDO

Brivideggiava l’alba

di New York

mentre atterrava.

Alloftando lo aspettava

casa sua,

tra la Madison e la 58esima.

Indolente grattacielfata

sfumava la luna

aspettando il giorno.

Ascensorò al ventiduesimo,

aprì rapido con la combinazione,

entrò nella stanza senza pareti.

Un raggio esultante lamfieggiava

sul pavimento lucido

di legno smaltato.

‘Sdubbiatamente inutile

tutto questo luccicare’,

disse a se stesso in uno slancio di verità.

Aprì il frigo e trovò la brocchiglia

che aveva lasciato due giorni fa.

Scese leggero nel bicchiere il latte,

trascioccò di gelo il vetro trasparente,

si appannò di mano indecisa e pentita.

Dov’era il cuore se lei se n’era andata?


CALDO

Vanigliosamente schiumava

davanti allo specchio:

chi è il latte più caldo del reame?

Spondando di fuoco

scendeva per la gola:

Anestesìa Anastasia,

sorellastrava querulo.

Sentì improvvisa dall’alto

pioggia lucente di gocce di sale.

Sbiancolò una lacrima

annaspando liquida

nel gorgo da cucchiaio.

Rapprivizzò il latte,

suo malgrado, e guardò su.

‘Serve conforto?’

chiese, strallifluo.

Incontrò gli occhi

e riconobbe un pianto antico.

‘Balsamizzarlo, potrebbe aiutare?’

Bianco di profumo bambino

cremò bollente e le avviluppò il cuore.

Bastò sincero un attimo a salvallegrarla di tepore.


MACCHIATO

Disfreudiando psicanalisi

divulgativa

guardò il seno della barista.

Il neo sfronteggiava

di un bel color caffè

incastonato in quella pelle

trillalbastrata e sorridente.

Gli prese un’allegrezza

di sabbia sotto il sole

mentre lei rimpiassettava

tazzine, bicchieri, cucchiai e brioches.

Profumava di tiepido

dormibeggiando il latte,

cui sembrava non mancare nulla.

Ma lei vide che non bastava,

travangendolo rise

come d’abbraccio inatteso.

Lo vuole macchiato? Rispose: sì, grazie,

brillanderei con te anche tutta la vita!

Il neo arrossì come fosse una guancia,

sposami oggi e sarà per sempre.




La notte del dodici

Sono nato due volte. Una volta bambino e una volta leone. Della prima volta non ricordo niente: ero troppo piccolo e, forse, più distratto di quanto potrei mai permettermi di essere ora. La seconda volta, quella sì, me la ricordo. Anche se avevo solo quattro anni. Mio padre mi aveva trovato nel sottoscala, a giocare con uno dei suoi aggeggi per mettere a posto i fili. Perché era quello che faceva, lui. Era elettricista e, di notte, per arrotondare, lavorava come guardia giurata; con la pistola e tutto il resto. Ancora oggi mi chiedo se le guardie giurate devono giurare qualcosa. E cosa, poi. Quella sera stava uscendo e mi vide lì sotto. Forse i miei occhi luccicavano nel buio, o forse mio padre sapeva sempre dove trovarmi, quando voleva farmi del male.

Da quella notte io giro per il mondo, e sono un cacciatore. Non uccido per piacere, non uccido per raptus. Uccido, come tutti i leoni, per sopravvivere.

- Sam, esci di lì.

Me lo disse senza nemmeno pensare che avrei potuto obbedire: non me ne dava il tempo, mai. Quella sera era il dodici novembre di ventisei anni fa e mio padre, o quella guardia giurata che fingeva di essere mio padre, mi saltò addosso e iniziò a picchiarmi come se fossi un orrendo mostro da distruggere. Mi diede tante di quelle botte che credo ci fosse sangue di bambino ovunque, sotto quella stupida scala. All’inizio mi fece un male che non posso più ricordare; so che era un male che bruciava, che pulsava, che non riusciva a respirare. Ma nella mia mente non è rimasto niente di quel male: era troppo forte, tagliava la pelle e la voglia di vivere. Fu quella notte che nacqui di nuovo. La seconda volta.

Il bambino, Sam, piangeva troppo, singhiozzava e non tirava più il fiato. Io non potei più sopportarlo, tutto quel sangue e quel dolore. Così me lo mangiai, quel bambino.

E restai solo io, il leone, senza più sentire nessun dolore, nessuna lacrima, nessun colpo. Senza più avere nelle narici l’odore di quel sangue e di quell’uomo sudato che, ne sono sicuro, non dev’ essere mai stato mio padre. Mio padre vive nella foresta o nella savana, da qualche parte laggiù. Mio padre è grande, color della terra, con gli occhi luminosi e fieri. E non massacra i bambini.

Venite con me questa notte. Deve essere il dodici novembre, ma a volte perdo il conto. Guardate i vostri calendari, controllate e seguitemi. Perché lo vedrete attraverso i miei occhi. Lo vedrete come l’ho visto io, ventisei anni fa. Ho lasciato passare tanto tempo, ho ucciso solo qualche volta, quando è stato necessario. Ma questa notte so dove andare e lo sapete anche voi: questo non è un mistero, è la storia di un leone e di una notte che assomiglia a un’altra notte.

Fa freddo e piove poco, silenziosamente, perché la pioggia rispetta i leoni che si muovono tra i colori del buio e le ombre della strada. Sentite? Il pelo si sta bagnando, questa fanghiglia schizza in su dall’asfalto, sulla linea gialla che seguo per terra. State bassi, accucciati, giù … quei fari ci stanno accecando.

Chiudiamo gli occhi per un secondo e respiriamo. Il nostro alito è caldo, contro questa notte indifferente. Si vede uscire il fumo, dalla nostra bocca. E la nostra bocca si ricorda il sapore del sangue: solo le zanzare lo trovano dolce; noi ce lo ricordiamo amaro, salato e denso, più vischioso delle lacrime. Devono essere più o meno le quattro del mattino, ma i vostri orologi saranno più precisi di me.

Andiamo, eccoci nel parcheggio. I supermercati di notte hanno i parcheggi più grandi del mondo: forse la savana, o il deserto, hanno spazi così infiniti. I lampioni sono altissimi e fanno luce gialla triste, senza neanche una falena a tenerle compagnia, perché qui si muore di freddo. Accucciamoci. Il terreno è bagnato e il gelo si sente sul ventre; non vorremo restare tutta la notte? Stare fermi riporta i pensieri; io mi muovo sempre e non ho bisogno di pensare. Vedo nel buio, a destra, davanti all’enorme portone sul retro. E’ tutto così enorme, qui. Anche quell’uomo, la guardia giurata, mi sembra più grande. Non vi sembra gigantesco? Forse è un effetto ottico, non dobbiamo avere paura. La paura non esiste più. Come le falene nelle notti di inverno. Ci siamo solo noi e venti metri tra noi e lui. Non me lo ricordavo così grasso. I capelli sono ancora neri, lucidi come tanti anni fa. Ha una divisa con borchie di metallo e la fondina con la pistola.

Provate a prendere un colpo di calcio di pistola e poi ditemi se non fa male che ti sembra di morire. Ma noi non siamo morti e sappiamo saltare. Inspirate due o tre volte; non c’è fretta. Pieghiamo le zampe davanti e tendiamo il corpo: il nostro salto sarà più alto dei lampioni e più grande di un parcheggio per le macchine degli uomini. Siete pronti? Saltiamo. Ancora. Fino alla fine della linea gialla, fino alla sua gola rossa trafitta. Siamo maestosi, è il nostro ultimo momento. Siamo splendenti, come il sole di un orizzonte nella nebbia del mattino. Siamo silenziosi, perché non abbiamo bisogno di suoni. Fino a cadere su di lui, con lui, fino a che tutto è finito e non tornerà più.

- Sam, che …?? …

Dicono che i coccodrilli uccidono per sopravvivere. Uccidono per mangiare. E che, dopo mangiato, piangono.

Ma io non sono mai stato un coccodrillo.

Io sono nato leone.



Due punti: a capo


Il confessionale le fece una certa impressione: era da qualche anno che non ne vedeva uno da vicino. Era di legno scurissimo, con piccole guglie, arzigogoli, intarsi e una tenda di raso di un colore intermedio tra il rosso scuro e il viola: rigorosamente tirata, alla vecchia maniera. Si avvicinò alla grata e si inginocchiò: il legno era duro e poco accogliente. Si stava a disagio, come certo i peccatori meritano di stare: le venne da pensare che i confessionali non avevano avuto accesso al nuovo design della vita, quello comodo, spazioso, morbido, cui l’umanità ricca si era abituata da tempo. No, i confessionali non cambiavano forma da almeno un paio di secoli: stessa architettura angusta, seccamente verticale senza slanci di glamour, chiusa, con un che di vendicativo. A misura di quando gli uomini e le donne erano più bassi e più gracili per conformazione: come si conviene del resto ad un popolo povero e in soggezione. I costumi da basso impero di questo millennio rendevano ammirevolmente anacronistico quello spazio ligneo e spigoloso: era davvero scomodo e si sistemò come meglio poté.

- Nel nome del …: la voce filtrò improvvisa, da ogni singolo buco della grata.

Era una voce antica, non vecchia: sapeva di interno rivestito di velluto. I volti dietro una grata sono strani, come in una foto sgranata: quello del confessore era barbuto bianco e con gli occhiali, pacato e sicuro: in attesa, senza fretta.

- Sì, vado subito al punto: anzi, ai due punti, padre. Li metto ovunque, sapete, anche quando non servono: li metto in ogni santa frase. Oh, mi scuso: non volevo dire santa. Cioè, non volevo mancarvi di rispetto: intendevo ogni maledetta frase, ecco. Non maledetta nel senso della maledizione divina: accidenti, mi scuso di nuovo: intendo proprio in tutte le frasi che scrivo: tutte, nessuna esclusa.

- Mhm, due punti, capisco: continua. Non avere timore: spiegami meglio. Il difficile è iniziare a parlare: è un piccolo scoglio da superare. Poi tutto andrà liscio: sarà una liberazione.

- Ecco, vedete: vedete che succede anche a voi? Sono diventata contagiosa: è spaventoso. Sono così soggiogata dal potere dei due punti che non riesco a parlare con nessuno senza influenzarlo: in pochi secondi, lo porto a mettere i due punti in ogni discorso: me ne devo già scusare profondamente con voi. Ma è che per me i due punti hanno questa allure celestiale, questa apertura verso il futuro: sono una porta per andare oltre. Li metto anche due volte di seguito: che dico, tre: anche quattro volte, in una semplice frase. Perché i due punti portano oltre, annunciano sviluppi e conseguenze: non sono mai definitivi: sono aperti, allegri, non sentenziosi: sono vivaci, guardano verso l’alto, non si fermano alle apparenze: scavano, precisano, approfondiscono: fanno respirare il testo, in su, in giù, verso di là: aiutano a continuare il discorso anche quando l’altro vorrebbe andarsene: gli aprono uno spiraglio, una corsia preferenziale: le ali di una corte d’onore. Sembrano un salto in alto: sono un movimento sulla pagina: pulito, essenziale, ma così vivo. Sono pronta a qualsiasi penitenza, padre, ma non fatemi abbandonare i due punti per sempre: non resisterei.

- Intendi parlare di una penitenza per cancellare il passato e poter continuare a peccare in futuro: ma questo è il contrario esatto del pentimento! Questa è l’ipocrisia del nostro tempo, ragazza mia: spero che tu ti renda conto che non posso seguire questa condotta: sarebbe immorale: che dico, sarebbe diabolico. Conosci quel discorso sul perseverare: in questo modo mi stai chiedendo di autorizzarlo: di diventare tuo complice: di perdere il mio ruolo e diventare una specie di alka seltzer che annulla gli effetti di una bevuta sopra le righe: un viatico che ti libera dal peccato: il tuo lasciapassare per continuare a condurti in modo così libertino: una leggerezza restituita, che ti riporta all’innocenza. E per cosa, poi: per ricominciare a riempire di due punti i tuoi discorsi, i tuoi testi e la tua anima? Assolutamente inaccettabile: intendo oppormi: resistere a questa tentazione: resistere strenuamente: senza dubbi, senza esitazioni: senza tentennamenti: senza

Fu in quell’esatto momento che lei scappò a gambe levate: da quel legno duro, da quell’alito di velluto antico, da quella costrizione. Ma soprattutto da una minaccia orribile, che incombeva inesorabile sul discorso del confessore: quella dei tre punti di sospensione. I tre punti, che battono i due punti per numero, ma sono così piatti e banali e avvilenti e orizzontali: i tre punti, di cui abusano riviste, programmi e opinionisti: i tre punti, che lasciano aperto perché non sanno, in buona sostanza, come chiudere. Li sentì arrivare alla fine dell’ultima frase, sulla punta della barba bianca al di là della grata: tronfi, grossolani, spavaldi, pronti a spazzare la libertà per aprire un’incertezza. E allora scappò come un fulmine, attraverso una selva infinita di due punti complici, che le aprirono la via: scappò più lesta di un’esclamazione: più agile di una virgola: più elastica di una parentesi: e si salvò la vita.




Io sono (Incanto per Onda Sola)


Ti dirannoSirena Incantata, narrandoti di me,dolce signore che attraversi queste onde.

Sirene così nascono, una ogni mille anni, prima dell’aurora, quando il mare dimentica

il fragore snaturato della notte e sta fermo e liscio ad aspettare Oriente.

Ci chiamano così non per meriti più grandi, sconosciuti ad altre sirene. No.

Ci chiamano così perché non sappiamo cantare.

Di ogni cosa, ci manca quello che rende una sirena una vera sirena: il canto che rapisce

i cuori, spezza gli scudi, che frana le menti con spezie, olio, e lusinghe e sussurri.

Ci chiamano così perché nessuno, poeta o marinaio o sapiente, ci ha mai cantate nella passione, con versi di potenza e languore o nelle sere amare del rimpianto.

Incantate noi,senza canto, che non sappiamo incantare nessuno.

Incantate noi,silenti forzate, che volevamo essere come le altre.

Invano ancora sognano le sirene: di lasciare queste acque di sale per diventare come voi umani, corsara stirpe di terra che sa amare e ridere e indugiare. Con la pelle nel vento e

gli occhi sopra il mare. Ma non io.

Io non questo cercavo per me. Nemmeno quando dimoravo miti lontani, memorie di

noi, allora fusione di donna e corpi di uccello, presagi veloci tra i rami e il sole.

Ali frastuoni silenzi improvvisi, già creature del mare a venire.

Io desideravo solo cantare l’acqua rapida di seta che mi scivola sul seno, le profondità

dei capidogli orgogliosi, gli anfratti di viola velluto, i lampi di luce corallina. Il dentello

di ocra spudorato delle gorgonie e le lame di azzurro latte che toccano il fondo.

Si negò, geloso, il Fato. Mi tolse musica e canto, lasciando in ritorno un nome che irride

il mio stato, tanto più amaro ogni giorno di inganno, nel tempo livido che non finisce.

Fermati ora, signore. Perché sei tu la mia speranza, il mio giorno che inizia.

Ascoltami, puoi spezzare l’incanto odioso. Se tu, anche solo una volta, una volta sola, mi canterai, io lascerò questa prigione e respirerò l’aria nuova del mattino fino a mutarla

in giovane suono tra la lingua e il palato.

In canto si alzerà limpida, ruscello fresco di salvezza e senso e pace. E io sarò di nuovo.

Udrai argento sull’orizzonte del mio ventre chiaro, tra le squame lucenti della mia nascita, dove riposa il mio nome. Urlalo alto. Lo incontri chiaro nelle righe di questo incanto. Cercalo: si nasconde come ogni cosa che ha valore.

In ogni frase, in ogni riga, nell’aurora di ogni verso.

Ti ho scelto un lipogramma. La lettera che manca, davanti al mio nome, dà la vita.

Scoprilo, io aspetto. Non dirigere la prua verso rive già conosciute che non chiedono

il tuo sudore. Canta il mio arcano. Solca quest’acqua per me e ti offrirò per sempre, in ritorno, ormeggi sicuri e acque docili al tuo remo e alla tua vela.

Ti giuro solenne promessa. Ascoltami, ascolta, ricorda:io non canterò mai per te.

Credi, mio sogno. Non sarà il mio canto. Non sarò io, mai, a farti perdere. Non sarò Io.


INCANTO - NOTE DI LETTURA:

Ci sono due contraintes (regole autoimposte per costruire il testo, vedi www.oplepo.it):

- In ogni riga, la prima parola contiene una sola “i”; la seconda una sola “o”; la terza una sola “s”, a formare il nome immaginario della sirena “Ios”

- Lipogramma (cioè assenza totale di una lettera, in questo caso eliminazione della lettera “b” in tutta la composizione): la lettera mancante, posta davanti al nome “Ios”, forma la parola “bios”, vita.

- Il testo è costruito per fornire indizi per individuare il lipogramma e la parola che si forma (lettera che manca + nome della sirena)



Yes, sir (racconto vincitore del Premio Teramo per il miglior racconto italiano inedito www.premioteramo.it)


Yes, sir.L’ho detto un’infinità di volte e ora non so se pronuncerò mai più questa frase. Dopo quello che ho fatto, intendo. E dopo così tanti anni di lavoro onesto, portato avanti con scrupolo, silenzio, precisione e delicatezza. Mi ha sempre reso orgoglioso, la mia delicatezza: mai un sorriso fuori posto, mai un commento non richiesto, mai un’uscita infelice o fuori dalle righe. Delicatezza è la parola giusta per descrivere i miei modi, che piacciono in generale a tutte le persone che frequento, anche se non conosco molta gente e la maggioranza di loro mi considera semplicemente un uomo gentile e servizievole, senza altre caratteristiche salienti. Mi scuso subito con voi: avrei dovuto dire che la gente mi considerava così fino a ieri sera, fino a quel momento che ha reso la mia vita assai meno delicata e le ha dato un tocco di ferocia che cerco ancora di comprendere ora, dopo un’intera notte senza sonno e piena di rimorso per questi lamenti lontani. Non so; forse li potete sentire, forse ne sapete più di me, forse li capite di più e mi giudicate anche voi un assassino. E forse non sarei arrivato a questo punto se non avessi lavorato per loro tutti questi anni. I Lewis: una famiglia di cinque persone, ovviamente se non contiamo Andy e la nonna materna dei ragazzi, che adesso viene raramente a stare da noi. Ecco, vedete? Non me ne rendo nemmeno conto: parlo di noiinvece di dire loro. Perché è così che li ho sempre considerati: un gruppo naturale a cui ho appartenuto per così tanto tempo che la mia identità si fonde con la loro e il mio destino è rimasto intrappolato nella loro storia. La prima volta che ho visto Marie Louise, la signora, è stato ventiquattro anni fa. Lei aveva trentacinque anni e aspettava Jane, la primogenita, che sarebbe nata qualche mese dopo, esattamente due anni e dieci giorni prima di Edward e quattro anni e sette giorni prima di Susan, tutti nel segno dei Gemelli, che è anche il mio segno zodiacale. Io avevo ventisei anni e molto bisogno di lavorare. Uscivo da una scuola alberghiera, avevo lavorato qui e là, ma non sarei stato

adatto ad occuparmi di sconosciuti che vanno e vengono da un albergo: per questo rispondevo a tutti gli annunci di lavoro dei quotidiani locali dell’Inghilterra del sud, tra la campagna e il mare e la pioggia, e solo ad offerte che suonavano pressappoco così: Cercasi maggiordomo-autista … vitto, alloggio e una retribuzione di … anche prima esperienza. Questi erano gli annunci da prendere in considerazione: chi li aveva pensati e scritti non apparteneva all’alta società, alla nobiltà. La high class non avrebbe reso pubblica la ricerca, prima di tutto; si sarebbe rivolta ad una prestigiosa scuola per maggiordomi e, soprattutto, non avrebbe mai e poi mai confuso due ruoli così differenti: il maggiordomo e l’autista, figuriamoci, due posizioni molto distanti e con una vicinanza così diversa alla vita della famiglia, per come la vedrei io se potessi permettermi un maggiordomo o un autista. Ma io sono distante dall’alta società quanto lo può essere il figlio di un minatore (Jane, quando gliel’ho detto, credeva non esistessero nemmeno più i minatori!) e di una brava ragazza che andava a servizio nelle famiglie della middle class e che aveva avuto la disgrazia di un’infezione all’utero dopo la mia nascita, il che le aveva impedito di avere altri figli e l’aveva gettata in uno stato di tristezza un po’ assente da quel momento in poi. Chissà perché, la signora quella prima volta mi aveva ricordato mia madre: era successo solo in quel breve incontro, quando aveva bussato ed era entrata per un attimo nello studio di suo marito Matthew, il signor Lewis, seduto di fronte a me dietro una scrivania che mi era sembrata bella, elegante e fiera del suo legno solido e scuro, mentre affrontavo il colloquio di selezione. Marie Louise aveva sporto la testa dalla porta semi- aperta e aveva detto: Tesoro, dove hai messo la lista di oggi per me?con un ondeggiare di capelli castano chiaro sottili, un ventre pronunciato per la gravidanza avanzata e due occhi verdi e vaghi, che ricordavano un sorriso. Riuscite a vedervela davanti? Certo era diversa da come potete vederla adesso, più morbida di viso e con i capelli corti; ma gli occhi, se osservate bene, sono esattamente quelli di allora. Ora sono le cinque e mezza del mattino e mi sembra di non sentire più niente dai piani di sotto. No, adesso è tutto calmo, come se questa fosse una notte normale che si avvia verso un’alba veloce e senza conseguenze. Qualche minuto fa ho avuto un dormiveglia breve e intenso: non so se sia stato un sogno. Mi sentivo bene, in pace, al caldo, come se non fosse accaduto niente e davvero dovessi solo alzarmi e supervisionare la colazione dei ragazzi. Perché la signora non ha mai fatto colazione con loro: posso dirlo con sicurezza, sono il custode di ventiquattro anni di mattine che si susseguono come un ritmo naturale, prima con bambinaie e tate e poi con toast imburrati e uova per tutti tranne che per Edward, che è gravemente allergico. Per lei l’orario di colazione è sempre caduto troppo presto; da quando andavano alla scuola materna ad oggi che frequentano l’università, a parte Jane che ha lasciato gli studi e si diletta di lavori temporanei tra sostenitori di Greenpeace, uffici stampa e mostre d’arte, senza registrare una grande differenza tra un ruolo e l’altro. Un po’ come me: maggiordomo e autista allo stesso tempo, per un tempo infinitamente uguale della mia vita. Fino a ieri sera, quando ho deciso di farla finita con Andy, dio mi perdoni, e ho gettato Marie Louise nella disperazione di questa notte insonne e dal futuro incerto. La prima volta che avevo trasportato Andy, a bordo della vecchia Aston Martin, per me era stato un autentico shock: anzi, peggio, avevo pensato di essere impazzito e di non avere più riferimenti solidi o per lo meno comprensibili. Ma andiamo con ordine; so che vi sto sottoponendo alla fatica di seguirmi, ma dovete credermi: in questo esatto momento, le 5.48 del mattino, sto cercando di tenere insieme la mia mente e i miei pensieri con uno sforzo a cui non sono mai stato abituato e parlarne con voi mi aiuta a tenere una direzione. Allora, con calma, riprendiamo. Lavoravo dai Lewis da circa cinque anni ed era capitato molte volte che mi dovessi occupare delle prenotazioni; che so, dei ristoranti, degli alberghi, dei biglietti ferroviari, di un musical, di uno spettacolo teatrale. Circa tre mesi dopo la nascita di Susan, Marie Louise iniziò a farmi aggiungere, ogni volta, il nome di Andy (tout court,il cognome non veniva mai citato) alla lista dei partecipanti, che potevano essere i Lewis al completo, oppure la signora e il signore con una coppia di amici. Vi ho già detto della mia caratteristica principale, la delicatezza. Mi sembrava allora che facesse parte del mio ruolo non avere alcuna curiosità. E per la verità non è solo questione di delicatezza: devo ammettere che la curiosità non fa parte del mio modo di vedere le cose. Per come la penso io, la vita è quello che sembra: un percorso che si ripete, con alcune certezze, alcuni luoghi sicuri e un vasto terreno tutto intorno, fatto di cose che non si capiscono e fanno solo paura. Un terreno cilindrico, tridimensionale, che avvolge il resto e nel quale non bisogna avventurarsi: primo perché è pericoloso e secondo perché non ce n’è ragione, quando si hanno ben chiare le idee. Così non mi chiesi mai chi di preciso fosse questo Andy, anche se la mia riservatezza naturale non mi impediva di notare che per la signora era fondamentale che fosse presente; e se il signor Lewis si dimenticava di metterlo nella lista - in questa famiglia le liste hanno uno spazio importante - Marie Louise sembrava svegliarsi dal suo abituale torpore e prendere un’aria ansiosa e operativa, fino a che Andy veniva di nuovo inserito al suo legittimo posto. Insomma, per farvi capire come stanno i fatti: per almeno due anni dalla sua entrata in scena nelle liste, nei discorsi, nelle prenotazioni e nelle preoccupazioni della signora io non vidi mai nemmeno una volta Andy. Neanche un incontro fugace. Cosa pensavo allora? Niente di particolare: semplicemente, quando accompagnavo i Lewis da qualche parte, ero sicuro che Andy fosse sul posto ad aspettarli; già a tavola, già sul treno, già nel foyer o in tutti gli altri posti che visitavamo, compresa la prima gita alla Tate Gallery, che ricordo ancora per le difficoltà di manovra e di parcheggio. Non chiedetemi perché, ma non mi sfiorò mai l’idea che Andy potesse essere un parente della signora: anche voi, se aveste sentito come lei ne parlava, non avreste immaginato un cugino, uno zio o qualcuno della famiglia, ma piuttosto un amico particolare, di cui forse un marito avrebbe dovuto essere geloso, anche se il signor Lewis non mi parve mai geloso e anzi, quando rispondeva a Marie Louise sull’argomento, appariva premuroso e lievemente annoiato. Così mi feci l’idea che Andy fosse un tipo piuttosto insignificante dal punto di vista fisico e anche ora resto convinto, contro ogni evidente ragionevolezza, che avesse i capelli biondicci e molli e un’aria slavata e acquosa di occhi troppo chiari e di pelle glabra e lattiginosa. Per capirci, non un uomo che possa suscitare gelosia. E ripeto: non mi sembrava strano non averlo mai incontrato. Era già capitato che facessi prenotazioni - soprattutto per il teatro - per i Lewis e i loro amici, che venivano in taxi o accompagnati dai rispettivi autisti e che si trovavano già sul posto quando noi arrivavamo. Così che non li incrociavo mai, in quel trambusto di macchine che lasciavano scendere la gente in fretta per liberare presto la strada. Per cui non ebbi mai alcun sospetto e anche oggi, ripensandoci, non posso davvero accusarmi di ingenuità: era oggettivamente impossibile immaginarsi tutto questo. Fino alla sera di Capodanno di diciannove anni fa; la ricordo come se fosse passato solo un giorno. Lo so, continuo a parlarvi di orari e di date e a voi potrà sembrare noioso e superfluo; ma lo scorrere del tempo, la sua prevedibilità e la sua struttura, fanno parte delle cose sicure a cui nessuno, nemmeno voi, dovreste mai rinunciare. Sono questi i punti di riferimento a cui aggrapparsi quando tutto il resto sembra diventare confuso e incomprensibile. Ma continuo a divagare e ad approfittare della vostra pazienza. Permettetemi solo un ultimo dettaglio di natura

personale: io ho sempre odiato il Capodanno, la sua chiassosità e l’incomprensibile sensazione, condivisa dai suo sostenitori, che qualcosa sia davvero sul punto di ricominciare. Quindi potete immaginare come non fossi del migliore umore possibile. Erano le diciannove e trenta e i Lewis mi avevano chiesto di prenotare per tre persone in un ristorante molto popolare sul lungomare di Brighton, La coquille, di cui avevo letto il menu esposto nella bacheca esterna in vetrina e che proponeva ricette francesi con nomi impronunciabili e una spiegazione in inglese sotto ogni voce. Stavamo per partire da casa e io avevo dato per scontato che incontrassero un amico o un’amica - vi ho già detto della mia delicatezza e scarsa tendenza alla curiosità - direttamente al ristorante. Marie Louise era più bella del solito, nella sua aria vaga e fluttuante, con un cappuccio blu notte in raso opaco che le incorniciava il viso, mentre il vento faceva muovere tutto, dagli alberi alle onde alle luminarie natalizie. Il signor Lewis aveva aperto da solo la portiera davanti e si era sistemato sul sedile anteriore, lasciandomi un po’ perplesso per questa scelta che era assolutamente rara, quando uscivano da soli in coppia. Avevo aperto la portiera di dietro per la signora e lei era scivolata nell’Aston Martin con una scia di profumo vanigliato e intenso. Poi avevo avviato il motore e il signor Lewis mi aveva detto, con una voce che mi era sembrata affaticata: “Ci fermiamo a prendere un amico. Le dirà la signora dove deve accostare”. Avevo guidato per qualche minuto in quella sera fredda e agitata e poi avevo sentito un tocco leggero sulla spalla e Marie Louise che diceva: “Hugh, può fermarsi, ci siamo”. Davanti a noi entrambi i lati della strada erano vuoti, ma pensai che la persona che andavamo a prendere fosse in una delle auto parcheggiate a destra lungo il marciapiede. Lasciai il motore al minimo e mi misi in attesa. Marie Louise mi chiese di aprire la portiera sul lato corrispondente al sedile posteriore rimasto libero. Scesi subito, aprii la portiera e aspettai. E fu in quel momento che capii che qualcosa non andava, perché Marie Louise mi disse, dopo un attimo: “Grazie Hugh, possiamo ripartire”. Così chiusi la portiera, tornai al mio posto, riavviai la macchina e guidai il più velocemente possibile fino all’ingresso della Coquille.Matthew fu più veloce di me: scese dall’auto e, mentre io aprivo la portiera a Marie Lousie, aprì la portiera opposta e attese un istante prima di chiuderla con un gesto volutamente esitante, a beneficio di sua moglie che lo osservava. Marie Louise mi indirizzò un sorriso raggiante e disse: “Andy, mio marito ed io la aspettiamo alle 22.30 per rientrare a casa. Sia puntuale e non prenda freddo.” Disse proprio così, lo ricordo con chiarezza, come ricordo il brivido gelido che avevo lungo la schiena quando riavviai il motore e iniziai a vagare in giro, avanti e indietro su quel lungomare. Da quella sera la mia vita cambiò: il terreno cilindrico della paura, che avevo tenuto ben separato dai miei giorni e dalle mie certezze, aveva sconfinato nei miei luoghi sicuri. Andy entrò prepotentemente nel nostro quotidiano da quel giorno: gli fu preparata una stanza nella villa dei Lewis, c’era sempre un posto apparecchiato a tavola per lui, i ragazzi gli liberavano il divano quando Marie Louise entrava nella stanza. In realtà, i tre bambini Lewis impararono a crescere con la costante presenza di Andy nella loro vita. Credo che le cose siano andate più o meno così: i bambini si fidano talmente degli adulti da arrivare a credere di più alle verità dei grandi che alle loro sensazioni di piccoli. Immagino che Jane, Edward e Susan abbiano pensato, per un tempo andato ben oltre la loro infanzia, che Andy esistesse davvero e che solo Marie Louise fosse capace di vederlo: insomma, che fosse possibile, e forse anche probabile, che in ogni famiglia qualcuno potesse vedere persone che gli altri non riuscivano a vedere né a sentire, ma di cui era impensabile ipotizzare l’inesistenza. Andy c’era e questo era un dato di fatto, una certezza concreta: non si vedeva, è vero, ma faceva sorridere la mamma, non mancava mai un pranzo, una vacanza, un’uscita. Era una presenza assidua, premurosa, su cui si poteva sempre contare. L’unico adulto che avrebbe potuto intervenire sul punto - il marito di Marie Louise - non spezzò mai questo patto tacito con lei, abituandosi ad accettare l’esistenza di Andy come un tratto eccentrico di sua moglie, che lo metteva al riparo da più allarmanti e colpevoli pensieri. E forse a voi potrà sembrare assurdo, ma c’erano momenti in cui anch’io credevo che Andy fosse reale e invidiavo un po’ i bambini. Non penso che mia madre abbia mai conosciuto qualcuno che si sia preso cura davvero di lei, nella realtà o nella fantasia. Per quello credo non sorridesse mai, a parte il fatto di non poter avere altri figli oltre me. Ecco: sono le sei del mattino, l’ora a cui di solito punto la sveglia per poter restare ancora una mezz’ora nel letto e alzarmi tutte le mattine, tranne quando sono off, puntualmente alle sei e trenta. Non sento più i lamenti, c’è il solito silenzio della grande casa sotto di me, un silenzio che ascolto da ventiquattro anni dalla mia stanza all’ultimo piano, quello con il soffitto ribassato: non è molto grande ma è ben arredata e nel tempo le ho aggiunto tante cose. A volte, guardando dal letto questo soffitto basso, mi viene il pensiero di non avere mai avuto una casa mia: forse la mia è una vita strana, che a voi deve sembrare incomprensibile, ma non ho mai visto alternative e non ne ho mai cercate né desiderate, in fondo. Sono le 6 e17 e il mattino filtra estraneo e livido nel buio che mi ha protetto finora. Non so davvero che cosa fare: me ne sto a pensare a quello che è successo ieri sera e mi dico che questo unico atto indelicato da parte mia avrà il sopravvento sulla mia intera esistenza e non riesco ad immaginare nessuno scenario possibile. Mi avete seguito sinora e vi prego di seguirmi ancora, fino a quanto è accaduto ieri dopo cena. La cameriera aveva appena finito di sparecchiare e io avevo servito i cioccolatini nel grande giardino d’inverno, una bella stanza con tante piante e una lunga vetrata sul giardino vero, che brinava là fuori e spiava la luce e il calore della casa. C’erano solo Marie Louise e Matthew, i ragazzi si erano alzati da tavola e non li avevano seguiti. Non potevo sapere se Andy fosse restato per il dopo cena, ma Marie Louise mi chiese di portare il Porto con tre bicchieri e batté lievemente il cuscino accanto a sé, come ad invitarlo a sedersi vicino a lei. Matthew era sulla poltrona e leggeva il giornale della sera. Poco dopo si alzò e uscì dalla stanza, credo per andare a cercare la sua pipa, e Marie Louise ed io restammo da soli. Stavo per accomiatarmi e ritirarmi in camera mia quando quel silenzio, il giardino scuro di fuori, quell’ armonia di sera tranquilla mi fecero esitare e da tutta quella calma uscì improvvisa la più crudele delle scene che mi hanno visto come protagonista nell’intero corso della mia vita. E’ durata poco e non riesco a ricostruire esattamente che cosa mi sia passato per la mente. So solo che tredici ore e mezza fa sono stato invaso da una rabbia talmente potente da non riuscire a trattenerla: sentivo che mi avrebbe fatto scoppiare la pelle, le viscere, le vene. Che mi avrebbe annientato, mi avrebbe fatto morire, che mi avrebbe tolto il respiro fino a farmi soffocare, dall’interno, come di acqua che sale nei polmoni e li annega o li fa esplodere con la forza di un getto di idrante. Non pensavo a niente, non avevo in mente niente: solo questa montata di rabbia che minacciava me, soltanto me e di cui sarei stato la sola vittima se non l’avessi espulsa, vomitata, strappata e gettata fuori prima che avesse il sopravvento. Non ho avuto nemmeno un attimo per ragionare, calmarmi, trovare un modo anche estremo di fermarmi: quando sei inseguito dall’interno è più difficile scappare o sperare di salvarsi. Avevo solo una via di uscita e l’ho usata per istinto di sopravvivenza, credo. Ho preso la bottiglia di Porto, la prima cosa che ho trovato, e ho iniziato a sferrare colpi al cuscino accanto a Marie Louise, con una violenza e una rapidità che non credevo potessero esistere. Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove, dieci, undici, dodici, poi credo di essermi fermato e di essere scappato qui sopra e di essermi chiuso dentro a chiave. Mentre colpivo, non sentivo la voce di Marie Louise che invece mi sembra di ricordare ora e che gridava oh Dio, no, Andy, smettila, fermati, fermati, fermati, aiuto, Andy: io ero concentrato sul cuscino, sulla forza di ogni colpo, che mi stremava e mi salvava la vita nello stesso tempo, ad ogni affondo. Non è arrivato nessuno a soccorrere Andy: tutto è durato così poco e forse Marie Louise ha avuto un’esitazione di puro stupore prima di iniziare a urlare, così che io avevo già colpito diverse volte e quando arrivò Matthew di corsa nella stanza trovò solo sua moglie, un cuscino molto in disordine e una bottiglia di Porto per terra, nemmeno scalfita. Dall’alto, tra gli affanni del mio respiro che non riuscivo a rallentare, sentivo Marie Louise piangere e Matthew chiedere cosa era successo e poi arrivare Edward e Susan perché Jane era fuori ieri sera e poi tutto si era confuso e credo di avere dormito per un po’. Mi sono svegliato molte volte questa notte e ogni volta mi è sembrato di sentirla lamentarsi piano; come un gemito lungo, continuo, senza alti e bassi, che attraversava le pareti della casa e i miei pensieri e che sentivo nel profondo, come se il suo sentimento mi colpisse più di quanto abbiano mai fatto i miei. E ora che è mattina so solo pensare che devo alzarmi, prepararmi e scendere di sotto per andare in cucina e dare indicazioni per la colazione; e poi pensare alla lista della spesa, agli appuntamenti di oggi per ogni membro della famiglia, a passare in banca e alla posta e, se non sbaglio, proprio oggi dovrei anche andare a ritirare i documenti dal commercialista. Mi piace andare in quello studio, mi trattano come una persona importante: forse non vedrò più nemmeno loro, dopo quello che ho fatto. Ma in questo momento non ho alternative: potrei andarmene, lasciare una lettera di dimissioni, oppure scomparire nel nulla, tornare da dove sono venuto. Perché è chiaro che non sono un vero assassino, nello stretto senso del termine, e che nessuno mi può accusare di nulla di concreto; se non di uno scatto di ira impressionante, sfogato su un cuscino, che ha spaventato la mia datrice di lavoro e si è risolto in pochi istanti, dopo ventiquattro anni di professionalità e di fiducia nei miei confronti. Ed è altrettanto chiaro che se sparisco ora nessuno emetterà un mandato di cattura, perché nessuno mi avrà denunciato di assassinio. Mi sembra di essere al vostro posto in questo momento: voi che mi guardate vestirmi con il solito rituale ordinato; prendere l’agenda di casa, darmi un’occhiata allo specchio e aprire la porta di camera mia per scendere di sotto. Sì, mi sembra di essere lì con voi, a guardarmi fare le cose di ogni giorno; con la stessa calma e come se tutto quello che è accaduto ieri sera fosse lontano mille notti di sonno tranquillo e senza sorprese. Scendo le scale, gradino dopo gradino, con la consapevolezza di ogni movimento. Arrivo in cucina e vedo Maria, che si presenta puntuale tutti i giorni alle sette con il solito sorriso: di qualcuno che ha sempre dovuto ingraziarsi il mondo senza grande successo. E’ chiaro che non sa niente e che non potrebbe capire niente di quello che è accaduto: Andy è una faccenda privata, non se ne parla al personale di servizio, anche se forse dovrei smettere di nominarlo al presente. E so che lo giudicherete inquietante e bizzarro, ma se aveste vissuto con lui per ventiquattro anni vi fareste anche voi la domanda che mi pongo io proprio ora, mentre aspetto che qualcuno metta piede in questa stanza. Mi chiedo se Andy ha sofferto: se ha sentito quei colpi, se ha avuto paura, se ha creduto di morire, se i suoi capelli biondicci e molli si sono scomposti in tutta quella furia che non voglio ricordare. Chissà che cosa ha pensato: che fossi un pazzo, che fossi geloso di Marie Louise, che fossi stufo di servire un estraneo, che volessi vendicare Matthew, che volessi proteggere i ragazzi. Non riesco ad immaginarlo, ma su una cosa non ho dubbi: quella rabbia mi è venuta da dentro, non voleva dire niente, voleva solo portarmi via, distruggermi e non se ne sarebbe andata se Andy non fosse stato lì, a portata di mano, a portata di colpi, con i suoi capelli molli e il suo sguardo insignificante, a salvarmi la vita. Non è ancora arrivato nessuno, questa mattina, in cucina. Di solito a quest’ora ci sono Susan, Edward e a volte il signor Lewis. Non so cosa fare - vedete ? - so solo sfogliare l’agenda, in cui tutti i giorni sono ben segnati, ordinati e composti, uno dietro l’altro, e ieri è lontano solo un insignificante spazio. Dovete aiutarmi ancora una volta, ve lo chiedo per favore e con molto rispetto: ho bisogno di voi più che mai in questo momento. Perché la porta della cucina si sta aprendo e la signora Lewis si sta avvicinando al tavolo. E’ la prima volta che scende per fare colazione in ventiquattro anni. Saluta me e Maria e le chiede di salire per dare aria alla sua camera da letto. Sono paralizzato. Sono solo con lei e non so che cosa succederà: a me, alla mia stanza di sopra, alla mia agenda e al commercialista. E poi ai ragazzi, alla grande casa con il giardino, alla Aston Martin che guidavo ogni giorno. Marie Louise ha il volto segnato da questa notte senza riposo e di dolore. Imburra un toast senza alzare gli occhi, per un tempo che solo un coltello da burro può sopportare, perché è arrotondato, calmo e senza lama. Anche la sua voce è morbida, poco dopo: “Non credo che l’abbia mai visto nessuno, sa? Non mio marito, non i ragazzi. Solo io e lei, Hugh. Solo lei ed io. “ E mi fissa negli occhi come una punta e qualcosa mi arriva nel fondo del cuore, che oggi batte diverso da un orologio: meno meccanico, meno preciso. Meno spietato. Le rispondo: “Sì, signora.” e stiamo in silenzio per un tempo che non tento di calcolare, un tempo tranquillo di chi ha vissuto fianco a fianco. E la paura mi passa e penso che posso restare. Qui, in questa casa, dove Andy, in qualche modo che non arrivo a capire, ci ha salvato la vita. Non me ne andrò, non andrò da nessuna parte: sarò qui ad aspettarvi. E se passerete anche voi da questi pensieri, magari una volta sola nella vita, magari in un momento di stanchezza, venite a trovarmi. Vi offrirò un tè e vi lascerò di nuovo andare.



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